CONVIVERE CON LA “PAZZIA” DELLA GLOBALIZZAZIONE ECCO L’ANTIDOTO RIFORMISTA

Nell’ultimo anno, oltre alla commemorazione che ci vuole ad Hammamet, si è sentito da più parti parlare e focalizzarsi su figure storiche come Craxi per rendergli memoria e analizzare il suo periodo storico politico d’azione. Si sente molto parlare anche di antifascismo e si commemorano Matteotti, come si commemora Berlinguer, e si sente necessità, è per esempio al centro, di riconnettersi con figure del passato della Democrazia Cristiana come De Mita. Insomma c’è bisogno di politica e di pensare alla politica del passato in senso idealistico. Questo però da cosa positiva può trasformarsi in un errore madornale che tende a dividere le persone e i votanti e diventa più una sorta di marketing politico negativo perché divisivo se portato oltre certi limiti, ma anche sterile perché si evita di parlare di problemi attuali sui quali si possono veramente trovare convergenze più rapide ed estese.
È uno sbaglio l’estremismo antifascista di certi gruppuscoli come è uno sbaglio fatto da personaggi politici riformisti e di centrosinistra o liberal democratici di intestarsi una sorta di continuità con le politiche e la figura di Bettino Craxi. Giusto da un lato fare luce su un evento come Tangentopoli sul quale si sono confrontati diverse ex cariche pubbliche e politiche, dall’ex magistrato Antonio Di Pietro fino a personaggi legati alla vecchia imprenditoria strategica statale.
Certamente quella pagina storica ha i suoi vinti e perdenti e un carico di sofferenze. Possiamo dire che la caduta del Muro di Berlino e l’inizio della globalizzazione ha avuto come perdenti i sistemi politici nazionali dei partiti soprattutto in Italia, ma non solo i partiti del sistema, ma anche il partito comunista che ha dovuto subire trasformazione e perdere la sua identità e quindi vaga ancora oggi in cerca di una identità certa.
La globalizzazione è stata un fenomeno folle, ma è con essa che dobbiamo confrontarci ancora oggi. Nella sua pazzia ha avuto proponimenti meravigliosi come esiti disastrosi.
Se devo pensare oggi come oggi se c’è un politico che possa riportare in auge il Craxismo, non posso trovarlo, e non lo trovo né nel Partito socialista con il garofano storico perché troppo identico nei suoi proponimenti al Partito democratico, né lo trovo nel nuovo centro riformista che prende piede tra Picierno, Calenda o Renzi e questo per il motivo che Craxi e il craxismo sono incollocabili oggigiorno sia nel campo riformista sia in quello massimalista. Essendo cambiata la struttura materiale e industriale del mondo. Craxi fu un precursore del riformismo e un “liberal” diciamo da Partito democratico americano, fece riforme liberal come quella della scala mobile. Ma poi nel periodo dell’esilio vide e previde quello che sarebbe stata la globalizzazione cioè il potere di centri finanziari al di sopra dei popoli e delle nazioni e questo non gli piacque. Ecco perché se analizziamo la sua ultima fase non può essere ricondotta al riformismo odierno. Craxi fu più un profeta e un profeta dall’esilio disarmato. Oggigiorno invece anche se la globalizzazione sta prendendo aspetti tecno populisti e neo imperiali (Stati Uniti di Trump e Russia di Putin), dobbiamo convivere con la sua base strutturale o geometria primaria che è l’informatica, la finanza, il mercato. E quindi dobbiamo scegliere tra massimalismo di stampo utopistico di sinistra, o massimalismo sovranista e populista di destra che vuole addirittura una de-globalizzazione e può innestare delle guerre intestine globali. I riformisti che stanno al centro di questi due utopismi anti-globali, sono i più sensati e saggi e si accontentano di una via di mezzo, dove esista la globalizzazione nella sua geometria ma all’interno di essa ci siano delle regolazioni, trovando diverse alchimie tra stato e mercato senza escludere nessuno dei due. Ecco che nella polarizzazione attuale e nella ricerca di una figura forte anche rivisitando il passato, il riformista fa un atto di umiltà rispetto alle “rabbie estremistiche” per scegliere una nuova via riformista che nasce dalla disillusione anche della via precedente (quella che ha visto negli anni 90 il centrosinistra fare più finanziarismo e privatizzazioni, o fino al liberismo Berlusconiano) ma sa il riformista che c’è molto da migliorare gradualmente anche nella strada già tracciata nei decenni, che non decidendo di buttare tutto all’aria e gettare benzina sul fuoco e far divampare le fiamme dell’incendio.

EDOARDO BUSO