La ricostruzione oltre il declino: dai Millennials alla scommessa di una Nazione Sociale Europea

L’ennesimo scandalo italiano ha colpito il presidente del movimento Il Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi, e subito mi chiedo se questa sia la ciliegina esplosiva sulla torta di un malessere generazionale che i giovani non riescono a colmare. Molti come me fanno parte dei cosiddetti millennials, ovvero i nati a fine anni ottanta, che hanno visto la nascita e la diffusione nelle abitazioni di internet. La generazione che, prima di internet a consumo, utilizzava molto la televisione e la radio; la generazione che è stata dichiarata una generazione persa perché, nonostante alcuni si siano laureati, ha un’enorme difficoltà ad interagire con il mercato del lavoro, in un clima di desertificazione industriale iniziato con la globalizzazione nei primi anni novanta e terminato con il trattato di Maastricht che dal 1998 ci ha portato nell’euro e in Europa. Poi l’11 settembre e i fondamentalismi che hanno ripreso piede.
Adinolfi lo potremmo definire un integralista cattolico seguace di quei movimenti come i teocon che spopolavano negli Usa dopo l’11 settembre. Per un periodo questi movimenti, i “cristianisti” da una parte e i laici dall’altra, se le sono date di santa ragione. Poi anche i laici hanno ottenuto i loro spazi, soprattutto le coppie omosessuali. Oggi dire che la colpa del tracollo della famiglia è data solo dai valori diversi che hanno portato radicali, laici, postcomunisti e gay è riduttivo. Il tracollo della famiglia è dato non solo dalla televisione, dal pensiero debole e laicista, ma c’è una disgregazione profonda, data dall’assetto economico.
Per un certo periodo di tempo la sinistra, da fine anni novanta in poi (governi Prodi e D’Alema), ha solo pensato la società in prospettiva europea e finanziaria e in prospettiva di cambiare certi valori e certe tradizioni per andare verso un mondo nuovo, dominato da una sorta di “capital-comunismo” (ne parlava Giulio Tremonti nel libro La paura e la speranza), cioè un’uguaglianza all’interno di un mercato globale perfetto. Certamente Maastricht e i suoi parametri rigorosi hanno messo in ginocchio l’Italia che, quando è entrata in Europa, pagando anche l’eurotassa, si è trovata con un’enorme disoccupazione. E da quel momento i costumi sociali erano già iniziati a cambiare: si pensi a casi di cronaca che riempirono i giornali nei primi anni duemila, come il caso Erika e Omar, che verteva sull’impossibilità per due giovani di famiglie di classi diverse con valori diversi di dare libero sfogo alla propria sessualità.
Insomma, da un lato l’esagerazione laicistica e edonistica, dall’altro un certo fondamentalismo che pian piano si è dimostrato deleterio e si è sviluppato similmente ai movimenti e partiti sovranisti che con Meloni e Trump hanno avuto il loro trionfo. Ma oggi come oggi, nonostante una parte dell’élite politica sovranista predichi valori forti e lotta a comportamenti derivanti da ideologie progressiste, allo stesso tempo è sempre più difficile, anche per chi ha buona volontà, rispettare quei parametri da mondo dei sogni dei movimenti “cristianisti” e sovranisti in campo di famiglia, aborto, differenze di genere ecc. Il mondo, che lo si voglia o no, è cambiato e anche le persone, e non si può più tornare indietro. Ecco perché il family day russo di Putin, contrapposto al gay pride, dà un’immagine austera e depressiva proprio come era la Russia ai tempi di Brežnev.
Tuttavia c’è un eccesso all’incontrario nel mondo occidentale, ed in questo senso noi europei dobbiamo riscoprire dei valori dimezzati ma accontentarci di essi, cioè dei valori anche se un po’ più fluidi del mondo orientale, per dialogare con la Russia e con i popoli emergenti dell’est, anche gli ucraini, fino alla Cina. A questo venir meno dei valori che ha segnato tutti i primi anni duemila, tanto che il programma della Casa delle Libertà di Berlusconi si chiamava “i valori oltre la crisi dei valori”, ecco, a questa crisi è subentrata la crisi delle guerre. Non solo le guerre che hanno imperversato sul finire degli anni novanta come quella serbo-kosovara, dove a mio avviso l’intervento della Nato doveva sì esserci, ma il trattamento riservato a Milošević, ucciso all’interno della prigione dell’Aia con delle pastiglie (in un luogo deputato a rispettare i diritti umani anche dei condannati), fino allo stesso trattamento riservato a Saddam Hussein e Gheddafi, impiccati e distrutti fisicamente, hanno messo in luce quanto sia necessario porre un limite ai conflitti quando distruggono un popolo che, seppur abbia dei leader sbagliati che hanno fatto del male e si sono macchiati di gravi colpe, dovrebbe vedere un passaggio più mite di consegna di potere.
Ecco che la politica, sia all’interno dei partiti anche italiani (si pensi all’odio verso Craxi e al suo esilio), dagli anni novanta ha visto un susseguirsi di violenza e volgarità al massimo livello, in uno scontro sempre più aperto e sanguinoso, al quale le promesse di rinnovamento di Obama non hanno funzionato a quanto pare. Da liberale e democratico penso che l’Ucraina abbia diritto a lottare per la sua sovranità e libertà ed abbia il diritto ad avere delle armi per resistere. Ma mai mi sognerei di immaginare, nel caso di una sconfitta della Russia, che Putin possa fare la stessa fine di Saddam o Gheddafi. Anzi, non vedo l’ora che l’Ucraina possa garantire il suo riscatto e la sua vittoria, per incominciare una seria relazione con la Russia, portandola verso un riformismo interno di stampo liberale sia sul tema dei diritti umani sia su quello economico.
Ma allo stesso tempo è necessario anche da noi in Italia proporre figure nuove in campo politico. La crisi che ha vissuto in questi decenni la sinistra, o meglio il centrosinistra italiano, è la crisi del partito comunista, che si è trovato senza più identità dopo la caduta del Muro di Berlino, e, come ha ricordato il compianto sociologo Luciano Gallino, ha dimenticato la sua base di produttori e operai perché in Italia, come in Europa e negli Usa, la finanza globale e i ceti dirigenti globali hanno cercato di costruire un mondo a loro immagine e somiglianza, partending dalla sostituzione, per mano del nuovo ceto intellettuale, della massa (che adesso non è più massa per via dell’automazione e della robotica), della massa operaia. Insomma, la sinistra, e anche la sinistra odierna di Schlein, è quella colta e intellettuale che ha lasciato gli operai andare alla deriva delle destre.
Viviamo immensi problemi, che non sono risolvibili immediatamente, come la crisi del tessuto urbano, la cementificazione, la crisi valoriale, la crisi dell’istituto familiare che si è aggravata, le baby gang e la criminalità anche di basso livello, i serial killer e gli omicidi anche di minorenni; tutti argomenti facenti parte di una crisi economica che è iniziata con i parametri di Maastricht che Bettino Craxi, seppur europeista, definiva “un inferno”, fino alle crisi economiche attuali, lo scontro tra potenze mondiali ed aree di influenza, la scarsità di una risposta europea e unita ai problemi perché gli Stati nazionali hanno governanti che non pensano ad unire le loro nazioni ed energie nell’Unione Europea, fino ad un modello di politica legata a partiti inesistenti dove vengono nominati dei capibastione e gli stessi partiti, con l’ondata dei social, si riempiono di figure alquanto discutibili. Insomma, è il declino della politica iniziato con la crisi dei partiti per colpa di Tangentopoli, che ha distrutto le grandi famiglie ideologiche italiane, fino alla crisi dei partiti immersi nella nuova comunicazione dei social network. E la crisi diventa crisi comunicativa, perché il sistema mediatico non dà più risalto ai problemi della gente, il sistema giornalistico non è capace di analisi e approfondimenti validi, non si sentono nuove idee, tanto che il sistema mediatico è egemonizzato da poche idee che si scontrano e creano scontro sociale per creare la dinamica del “divide et impera!”.
Ma tutte queste crisi (che non sono colpa del gay pride), con famiglie che si sfasciano, giovani che si drogano o si alcolizzano, omicidi, criminalità di strada, masse di diseredati anche per colpa di un cambiamento climatico che non riusciamo a governare, si riversano nelle nazioni occidentali. Tutta questa crisi è dovuta sicuramente al sistema del debito pubblico. Bisogna trovare una soluzione italiana, europea e globale ai debiti pubblici. Cosa che non si è fatta (né a destra né a sinistra) fino ad adesso. Unire i debiti pubblici in senso europeo, o altrimenti, come ha proposto il professor Giampiero Samorì della Democrazia Cristiana, utilizzare l’oro della Repubblica detenuto dalla Banca d’Italia per coprire quel debito e dopo ripartire con una struttura sociale e di Stato che non mortifichi più i produttori, che devono essere il volano della politica. Certamente una produttività che abbia anche a cuore il tema ambientale utilizzando tutte le tecnologie possibili, e misurandosi con misure di equità fiscale, come la detassazione degli stipendi e una patrimoniale sugli altissimi redditi.
Penso che sia quello il tema che dei partiti sani e ideologicamente robusti devono affrontare per i prossimi anni, cioè trovare una soluzione al problema del debito pubblico per ridurlo, e non riducendolo come si è fatto fino ad adesso tagliando il sociale, disperdendo ricchezza e distruggendo la classe media. È questo, fidatevi, il tema dei temi da portare in Europa, perché se si porta questo tema e si vince la battaglia contro quella parte di Europa che non guarda alla crisi sociale che prima o poi tutti passeranno – perché un tempo, quando c’era Wolfgang Schäuble, la Germania alzava la cresta e si sentiva frugale e austera, oggi è in crisi anche lei. Insomma, o si batte questo tema o sarà la morte dell’Europa; e se si batte questo tema unendo l’Europa e i popoli europei dal punto di vista di una grande Nazione Sociale Europea, così si può vincere la guerra anche in Ucraina, perché se le persone si sentono sicure a casa propria, hanno meno problemi a dare un aiuto a chi non ha la libertà e la sovranità sulla propria terra.
Infatti mi fa pena che un professore ed economista di cui ho stima come Carlo Cottarelli adesso stia portando avanti una battaglia che è di piccolo cabotaggio, come è questa idea che i partiti debbano dare conto della spesa delle loro promesse in campagna elettorale. Certamente sarà pure una buona battaglia dal punto di vista tecnico, perché finalmente i partiti si accorgeranno che non devono solo fare promesse ma anche dibattere del tema del debito, ma è una battaglia sbagliata dal punto di vista ideologico-politico perché la politica è nata e vive per fare promesse (che dopo si mantengono o no, spero il più possibile). Ma se non promettiamo qualcosa ai nostri giovani dopo che anche la mia generazione dei millennials è andata persa, allora non possiamo più parlare di politica seria, che dia un senso fraterno alla popolazione di giustizia sociale; allora i nostri giovani si perderanno sempre più nell’accettazione triste della realtà senza slanci ideali, e finiranno sempre più nella criminalità, nell’alcool o nella droga, fentanyl permettendo.
EDOARDO BUSO