LA FINE DEL PENSIERO UNITARIO

Penso e mi rendo conto sempre più che, per capire il mondo odierno e personaggi indecifrabili che sembra non abbiano le idee chiare come Donald Trump, insomma per focalizzare meglio le questioni, bisogna abbandonare il pensiero unitario e universalista. D’altronde, il pensiero unitario e universalista, che è retaggio dei democratici liberal e dei neoconservatori come dei democratici anche cristiani o radicali europei, è oggi in molte difficoltà di fronte al riemergere della real politik in tutti gli ambiti. Si pensi che il nostro pensiero assomiglia sempre più all’elettronica e all’informatica, ai comparti stagni e finestre di Windows. Ecco che urge affrontare ogni problema visualizzando comparti stagni, in questo momento in cui l’universalismo arranca ed è messo in grossa e grave crisi di fronte alla geopolitica, ma in questo breve articolo spiegherò anche perché questo fenomeno.
Innanzitutto, sulla sfera della politica estera vediamo che la guerra si sposta dall’Ucraina verso il Golfo arabo e lo stretto di Hormuz, dove l’Iran minaccia potenzialmente tutto il mondo libero e democratico, ma non solo, con il blocco del gas e del petrolio. Ecco che non solo il mondo democratico, ma anche la Cina, una nazione iperproduttiva ed energivora, spera in una fine del conflitto immediata perché ha bisogno di risorse energetiche, ma allo stesso tempo non entra nel conflitto.
Ecco un altro tassello che va visto a sé stante, cioè il secondo tentativo dopo il meeting in Alaska, ad Anchorage, tra Putin e Trump. Trump capisce bene che lo stato canaglia e integralista iraniano è una minaccia potenziale più pericolosa per il mondo libero e soprattutto per il suo partner strategico nell’area, cioè Israele, della Russia di Putin. Ecco che i due gatti sornioni si riavvicinano e si fanno le fusa, Trump cerca di spingere l’opinione mondiale a ritornare a fare affari e comprare gas con la Russia di Putin, messa in grave crisi dalle sanzioni e dall’isolamento internazionale dopo l’occupazione e conquista dell’Ucraina. Tanto che i più pragmatici in Europa ancora affrontano il problema come comparto stagno, da Antonio Tajani, che come ministro degli esteri tiene aperta la porta (ed è molto criticato per questo) sia agli USA di Trump sia all’Europa, fino a Macron, critico su Trump ma pragmatico per quel che basta, da non fare come Sanchez che non vede il pericolo di uno stato teocratico come l’Iran. Macron critica l’unilateralismo di Trump, ma vuole prendere allo stesso tempo una posizione interventista e pro NATO, fino al premier belga che dice che è giunto il momento di riaprire i rubinetti al gas russo, perché calmierare il prezzo del gas crea solo debito e inflazione, e visti i tassi di interesse che si rialzano per colpa della politica rigorista della Banca centrale europea e della Lagarde, che non è il buon Mario Draghi, capiamo bene che il problema sul piatto ci sia. In più, il premier di quel piccolo paese dove ha sede il Parlamento europeo e la NATO, cioè il Belgio, afferma che è ora di trattare con Putin, ma con furbizia, senza ingenuità.
E anche qui vediamo che si affrontano i problemi in modo lontano dall’universalismo del passato: ogni problema richiede una soluzione non ideologica e complessiva che guardi a tutti gli aspetti e crei una idea o utopia, ma bensì in modo che gli aspetti siano analizzati e risolti uno slegato dall’altro. Questo tipo di analisi non significa abbandonare il pensiero finalistico (inizio e fine della storia), retaggio dell’impalcatura greco-ebraico-cristiana e poi illuminista occidentale, ma significa ammettere che su più dossier non si può lavorare allo stesso tempo. Non è stato sbagliato intervenire in Ucraina e mandare armi a quel popolo che combatte, ma di fronte a un pericolo maggiore, cioè l’esternazione di un fondamentalismo religioso espansivo e pericoloso (se si appropria di armi nucleari o le progetta), ecco che si può cercare il compromesso con nazioni che un tempo sembravano nemici pericolosi, come la Russia di Putin.
È un ritorno di quella ideologia occidentalista e di stampo berlusconiano che vedeva il recupero della Russia e l’amicizia con Putin come un tassello da aggiungere per un mondo più sicuro e ancorato ai valori occidentali, da costruire con partnership e collaborazioni tra vicino oriente europeo attratto dal mercato libero e occidente totale come gli USA, artefici e guida della globalizzazione, elementi da non mettere in contrasto uno con l’altro.
Ecco che non sappiamo se questa sarà la strategia o il pensiero più recondito di Trump, quello di rivalutare la Russia e di rimetterla nel mercato mondiale dopo il suo isolamento per combattere l’islamismo aggressivo e quindi soprassedere al dossier dell’indipendenza dell’Ucraina o almeno in parte. Ciò che sappiamo è che questo sentimento è diffuso particolarmente nell’elettorato americano repubblicano e nelle nostre destre, e nei partiti populisti di sinistra come i Cinque Stelle. Mentre la sinistra europea si divide in pragmatici, quelli che abbiamo detto prima, e democratici, da Schlein e Sanchez, ognuno con sue idee (fino ai radicali come Della Vedova), che non vogliono rinunciare all’indipendenza ucraina o a un’Ucraina nella NATO e in Europa, mentre Sanchez e Schlein sono indecisi sull’Ucraina, ma non vogliono impegnarsi in modo miope in un conflitto con l’Iran e il mondo degli islamici politici e integralisti.
Ed è qui che si nota ancora il cosiddetto “comparto stagno” o finestra di Windows, perché alla fin fine la sinistra, che dovrebbe avere un pensiero unitario e mondialista, preferisce non impegnarsi di fronte a dei pericolosi anti-mondialisti come i Pasdaran.
Di sicuro una cosa è certa però: Trump non è Bush e Meloni non è Berlusconi. Nessuno dei due, né Trump né Meloni, anche se si impegnano internazionalmente, hanno a cuore un’Europa che sarà sempre schiacciata tra i due gigantismi, quello russo che vuole riemergere e quello americano di Trump. Mentre nel 2001, a Pratica di Mare, c’era ancora una presenza forte dell’Europa e un ordine mondiale di non supremazia e non autocrazia. Ecco perché Trump non ha le idee chiare su cosa vuole fare da grande.
Forse l’unica soluzione è affiancare al nostro caro universalismo democratico, comune a tutto il centrosinistra, dai liberali ai cristiano-democratici, ai socialisti di ogni tipo e storia, fino ai radicali, una certa dose di real politik, perché il mondo non sarà più quello che abbiamo sognato una volta. E quindi guardare a ogni dossier prima in modo unitario e poi in modo particolaristico, sviscerandone difficoltà e punti di forza. Ecco che i radicali ancora una volta hanno capito che non servono partiti per andare al potere, ma si tratta di una minoranza che chiede al potere e ai governi, siano essi di centrodestra o centrosinistra, delle concessioni liberali e democratiche e chiede il rispetto e la tutela dei diritti umani e civili. Per esempio, sul referendum sulla giustizia, votando insieme al governo di centrodestra per il Sì, ma non pensando che tutto si risolva con questa riforma, perché c’è ancora il problema carcerario da affrontare con il suo sovraffollamento, ecc. O pensiamo a quello che diceva Marco Pannella degli Uiguri, quel popolo minoranza musulmano perseguitato in Cina, che ha chiesto per sé stesso una soluzione federale al governo cinese, cioè: noi vogliamo stare dentro la Cina e non fare la rivoluzione, ma allo stesso tempo chiediamo diritti e concessioni allo stesso governo cinese. Il tempo odierno ci chiede di essere democratici in blocchi e comparti stagni dove c’è pochissima democrazia e libertà, e quindi di essere realisti con il lupo, come può essere Putin, che ha avvelenato diversi dissidenti, ma allo stesso tempo non dimenticare il nostro retaggio storico ideologico illuminista e progressista e universalista liberal-democratico.
EDOARDO BUSO