
TROPPA POTENZA POCO CONSENSO
C’è una differenza evidente tra la politica estera nordamericana di un presidente repubblicano come George Walker Bush e del repubblicano attuale Donald Trump. Quando Bush figlio si accinse a governare gli Usa venne molto contestato, i suoi avversari affermavano che era troppo di destra e troppo cristiano, di voler rappresentare l’America rurale e nativista bianca, di essere conservatore e antifemminista e poi per i liberali e liberisti, anche quelli di centrodestra in Europa che erano stati colpiti dalle politiche pro Silicon Valley e globaliste del duo dei due Bill, Bill Clinton e Bill Gates, Bush figlio veniva offeso con la parolaccia di protezionista, in un momento storico di euforia finanziaria e della nascente vorticosa globalizzazione con la Cina nel Wto. Certamente Bush voleva fare una politica di protezionismo su settori come l’acciaio e sicuramente non vedeva del tutto di buon occhio l’Unione Europea, teso a difendere lo status quo delle sue multinazionali come la Monsanto.
Ma poi la storia cambiò, ci fu l’11 settembre e quello che era visto come un politico pro ceto medio, pro protezionismo e ruralista si trasformò nel politico che accelerò delle politiche globaliste per trasformare il mondo secondo il “Vangelo” dell’universalismo dei diritti umani, un presidente che fu pro establishment finanziario e con Alan Greenspan diede avvio alla discesa fino a zero dei tassi di interesse per non avere paura di fronte alla depressione anche psicologica post trauma terroristico.
Certamente fece cose “trumpiane” e di destra conservatrice come le trivellazioni in Alaska benedette dalla sua pon pon girl Sarah Palin e criticò il protocollo di Kyoto. Ma riuscì a far sì che il suo sfidante nelle elezioni del 2004 Kerry fosse anch’esso diffidente sul protocollo di Kyoto ed ecologista ormai ridimensionato rispetto al primo sfidante cioè Al Gore.
Bush fu il presidente che cercò di avviare un’azzoppata riforma del sistema educativo con il No Child Left Behind, e fu ampiamente differente da Trump checché ne dicano i pro Putin, i vari Santoro, Avs, Elly Schlein, Pedro Sanchez ecc., che non capiscono o fanno finta di non capire la posizione di partiti di stampo liberal radicale come Più Europa sulle ultime scelte politiche interne ed estere di Trump, al pari dei Salvini, Vannacci e delle destre. Non capiscono che Emma Bonino poteva a quei tempi dirsi fieramente filoamericana e anche interventista in Irak. Perché quel presidente governava non da “populista aristocratico” ma ben dentro il concetto di democrazia, che non è solo un concetto regolato dalle leggi internazionali tanto che quando si fa un attacco ad un altro paese che viola i diritti umani si è per forza fuori dall’Onu e dalla legge. La democrazia significa anche consenso, equilibrio, moderazione. Bush fu acclamato in Africa il presidente più amato dagli africani per avere speso budget statale americano negli aiuti alla lotta all’Aids che Trump ha tagliato. Fu il presidente che cercò di unire con il conservatorismo compassionevole i diritti del ceto medio che iniziava ad essere depauperato dal basso costo del lavoro cinese, ma fu anche quello che durante proteste degenerate al G8 del 2001 promosse, fu entusiasta insieme a Blair, Aznar e Berlusconi degli effetti del Doha Round, un accordo siglato negli Emirati Arabi e mai portato a compimento che doveva disegnare l’ossatura della globalizzazione e di un mondo dove il commercio rappresentava il fondamento dei rapporti tra gli stati. Fu lo stesso Bush che forse sbagliava nel considerare che tutti i popoli potessero apprezzare i valori americani una volta ottenuta la democrazia (Irak e Afghanistan), ma fu anche il presidente che si corresse e disse, per non dare adito ai facinorosi dello scontro culturale di civiltà, che l’Islam è una religione nobile colloquiando con i Fratelli Musulmani, fino ad essere il presidente che partendo da posizioni da protestante evangelico e pro lobby pentecostali approvò una parte della ricerca sulle cellule staminali embrionali di malavoglia e non del tutto convinto. (Vedi il libro George Walker Bush Decision Points). Era un presidente che nonostante le debolezze e gli errori madornali (le armi di distruzione che mai si trovarono in Irak e la condanna a morte di Saddam Hussein per impiccagione) tuttavia ricercava ancora un certo consenso nazionale di tutta la nazione e globale di tutto il mondo. Cercare il consenso non è solo approvare ogni stupidata che le masse dicono. E non è nemmeno cercare solo il consenso delle élite dei ricchi o straricchi. Ma moderare le aspirazioni e dare ad ognuno qualcosa. Un filosofo antitrumpiano ma liberale come Francis Fukuyama utilizzerebbe il termine greco Tymos cioè riconoscere l’altro. Cosa che i postcomunisti e le destre non riescono a fare né negli Usa né in Europa, Trump decide di entrare in guerra contro l’Iran una impresa storica che bisognava prima o poi condurre ma senza tastare il polso e gli umori riguardo alla situazione. E non lo ha fatto solo con l’Iran ma su tutti i fascicoli e problemi che gli capitano sotto gli occhi. Ma lo stesso massimalismo può essere quello di chi crede come Sanchez che l’immobilismo sia meglio, ovvero ognuno pensi alla propria nazione e non pensiamo al problema dei diritti umani nel mondo e non ci attiviamo per essi. Cercando le sinistre e le destre alla Salvini il consenso nazionale e non un consenso più ampio cioè globale. Alla fin fine la sinistra e le destre alla Salvini non hanno nessuna lezione morale da dare ai liberali e ai radicali, perché quello che è avvenuto in Iran con un intervento unilaterale che codifica quanto il mondo sia ormai feudale e medievale cioè diviso e alla carte, è il prodotto anche dell’atteggiamento populista di chi non vuole fornire armi agli Ucraini per difendersi. Cioè l’essere passati da una concordata utopia di liberalizzazione e avvicinamento tra i popoli del mondo tramite l’economia e il commercio ad un allontanamento in base a utopie politiche più o meno radicali.
Certamente questa globalizzazione che i millennials hanno visto bene negli anni 2000 poteva funzionare meglio, e si deve passare dal solo produrre merce di poco conto al “fair trade”, ma boe di salvataggio erano già state buttate all’Europa da Obama e Biden con il TTP e i numerosi trattati commerciali transnazionali sempre affossati dalle sinistre e destre estreme. E poi non si è mai portato a termine il Doha Round, insomma mi rendo sempre più conto che Trump è The boggey man l’uomo nero ma è anche il prodotto delle rabbie delle masse che negli ultimi decenni hanno affossato l’internazionalismo democratico che non può oggi essere più rappresentato nemmeno dall’Onu che è controllato da potenze egemoni antidemocratiche (Cina ecc). Per cambiare il mondo odierno servono nuovi leader che possano ripensare una globalizzazione più soft e commerciale come la si era pensata agli inizi.
EDOARDO BUSO