
Il protezionismo di Trump: una strategia da anatra azzoppata
Non è ancora chiaro se il protezionismo made in Donald J. Trump abbia funzionato per gli Usa o no. Il problema di affermare con certezza se i dazi hanno avuto un effetto di reindustrializzazione del nord america implica la conoscenza certa di materie come la macroeconomia, oltre alla stessa economia non solo politica ma a livello di economia industriale, computativa e matematica. Non ci possiamo allo stesso tempo fidare di esperti che scrivono sui vari quotidiani, perché ogni quotidiano è edito da un editore che ha certi fini politici o, meglio, vede la società in un certo modo e finanzia certi esperti per scrivere. Naturalmente l’argomento non deve essere un tabu’ e va trattato, ma dell’efficacia dei dazi di Trump avremo forse qualche avvisaglia nei prossimi cinque anni, guardando ad una complessiva rilevazione dello stato dell’arte dell’economia statunitense rapportata al resto del mondo, grazie ai papers, per esempio, del fondo monetario internazionale.
Quello che invece voglio evidenziare in questo articolo è la strategia da anatra azzoppata del trumpismo e di chi ne fa le veci. Innanzittutto Trump, oltre a sbagliare grossolanamente su tanti altri temi, sbaglia anche nel proporre un protezionismo che è stato ed è divenuto indigesto pure agli assertori economici del protezionismo, che non stanno solo a destra, ma anche nella sinistra americana e occidentale (socialista, comunista), nonché in Asia nella governance di molte istituzioni o fondazioni consigliere economiche dei vari governi.
Va innanzittutto quindi sfatato il mito che il protezionismo appartenga solo all’estrema destra, esso è invece presente anche nella sinistra keynesiana, socialista e comunista, ma anche in governi asiatici di stampo “liberista competitivo”, come si potrebbe dire del Giappone o della Sud Corea, tutti stati che hanno applicato un protezionismo regionale e contigentato già da decenni, sopprattutto e non solo però nell’area Asean o asiatica di sviluppo regionale.
Naturalmente il protezionismo è altamente negativo per pensatori e istituzioni liberali che guardano al problema della globalizzazione e cercano di creare le dinamiche di un futuro governo mondiale.
L’Unione Europea e gli Usa prima di Obama (che applico un protezionismo limitato), Biden (che continuo il protezionismo di Obama) e Trump, con un governo dell’economia altamente nazionalista e protezionista, ebbene questi paesi occidentali, Unione Europea e Usa, negli anni novanta e primo decennio dei duemila cercavano di creare le condizioni per un governo mondiale. Fu un passaggio verso questo nuovo ordine mondiale la creazione della Wto, ma ancora negli anni 40 (nel 1947) la creazione del Gaat che cerco di togliere tutte le barriere doganali al commercio mondiale. Fu un passaggio fondamentale e storico su questa strada l’ingresso della Cina e dell’India nel Wto a fine anni 90 del 900.
Naturalmente questa strategia di unità commerciale del mondo non fu compensata da una divisione internazionale del lavoro e della produzione di tipo nuovo, in quanto il lavoro e la produzione, nonostante la governance commerciale, rimanevano succubi delle nazioni sovrane. In Cina si poteva pagare meno che negli Usa o in Europa e via dicendo.
È questo problema marxiano di divisione internazionale del lavoro che ha inghippato la globalizzazione facendola recedere, quando dopo anni di mancanza di politiche industriali negli Usa e in Europa leader carismatici e alquanto pericolosi sono andati al potere, come lo è Trump, che rivendica una politica economica tesa a reindustrializzare gli Usa e ci prova con i dazi. Fin qui nulla di male nel condannare un liberismo economico che ha sicuramente avuto aspetti positivi (l’usicta grazie alla globalizzazione neo liberista di miliardi di persone dalla sussistenza sia in Asia che in Africa negli ultimi decenni), ma ha avuto anche impatti fortemente negativi, non solo nelle nazioni in crescita o in sviluppo, ma anche nelle nazioni un tempo ricche che costituivano l’Occidente.
Ecco la strategia da anatra azzoppata, poichè strategia senza anima di Trump e della sua amministrazione, che non hanno dato un corsus belli al protezionismo nel creare un mondo futuro e raddrizzare un po’ i torti, ma bensi hanno pensato solo a problemi contingenti e di medio termine, se non brevissimo termine. Il protezionismo invece semmai doveva essere utilizzato in alleanza tra Usa e Unione Europea verso la Cina e il blocco asiatico, ma sempre tenendo conto della sua temporaneità, cioè piu’ come strumento politico economico moralizzante che come strumento di supremazia di una nazione, gli Usa, sulle altre nazioni, anche nello stesso blocco amico e occidentale.
Ecco che Trump pagherà il protezionismo verso l’Europa nel campo geopolitico e democratico (sempre che la democrazia gli interessi, ma a quanto pare gli interessa poco); ma nel lungo periodo essere senza alleati è sempre un evento perturbante, anche se Trump fa finta di non accorgersene. Il protezionismo sarebbe stato utile come volano di reindustrializzazione di Europa e Usa insieme al nostro alleato asiatico, cioè il Giappone, nei confronti del dumping salariale cinese, ma anche come strumento per premere tutti insieme sulla Cina per far garantire al dragone rosso dei salari decenti agli operai cinesi impegnati in produzioni di basso costo e ad alto impatto ambientale.
Ecco che il protezionismo, raggiunto il suo scopo sociale e morale, può essere abbandonato in vista di rapporti di fraternità e sviluppo interistituzionale ed di governance economica tra le nazioni del mondo. Certo, purtroppo la vulgata liberal e quella della sinistra postcomunista decenni fa si sono seduti sugli allori, pensando di governare su un Europa o su degli Usa senza piu’ industria, e pensando che resistesse solo la società dei servizi e del terziario.
Purtroppo la Cina ci ha dato un brutto risveglio, perchè i bei discorsi di un mondo dove gestire un economia e un industria globale si sono arenati davanti a politiche neo imperiali e di potenza, queste piu’ delle nazioni asiatiche che di quelle occidentali che hanno subito lo scotto della globalizzazione e della mancanza di lavoro. Ecco, penso che sarebbe accettato anche dalla sinistra attuale un protezionismo che diventa uno strumento temporaneo per forzare i paesi del blocco asiatico che pagano poco gli operai a garantire salari adeguati.
Allora vanno bene in questo senso i dazi di Obama e Biden, funzionali con una governance Atlantica che mette insieme Usa e Europa, insieme ad uno scudo fiscale e per riportare le aziende extraeuropee in europa, già pensato nel 2004 dal governo Berlusconi in Italia.
Ma purtroppo Trump, pur essendo un grande imprenditore (almeno cosi si fa intendere), si è dato un agenda politica miope e senza slanci morali e sociali. E quando la politica, anche quella fatta dai ricchi, manca di una parvenza di utopia, è destinata a fallire creando grossi traumi.
EDOARDO BUSO