ALLA RICERCA DEL BENE

La vittoria di Zohran Madmani come sindaco di New York apre a delle riflessioni. Il nuovo sindaco ha fatto delle forti proposte per estendere garanzie, tutele e stato sociale, soprattutto verso la parte della popolazione più povera. Da alchimie sugli affitti e strategie per venire incontro al problema sia del caro affitti sia della mancanza di case in una metropoli superedificata come la Grande Mela, fino alla proposta di creare dei supermercati statali dove i cittadini più poveri possano comprare dei beni alimentari a prezzi calmierati.

Naturalmente si nota il lato pragmatico di quello che viene già definito dai media internazionali come “socialismo” di derivazione e con elementi marxisti. Tuttavia, un socialismo che si inserisce bene nel filone storico del Partito Democratico americano. Si spacciano per “estrema sinistra” le idee economiche di questo nuovo sindaco di origini islamiche, quando queste idee potrebbero rientrare benissimo in un filone socialdemocratico che in Italia potrebbe essere stato rappresentato storicamente da Pertini, Saragat e Nenni, prima che da Craxi, che fece suo invece l’indirizzo di inserire elementi più liberali nello storico socialismo e smarcarlo dal comunismo sovietico.

Elementi pragmatici che si espongono anche a una confusione di visuale e analisi. Perché se questi elementi pragmatici in Italia fanno parte più della cultura di Carlo Rosselli ed Ernesto Nathan, più che del filone prima stalinista, poi eurocomunista del PCI, negli USA, dove non ha mai fatto presa il socialismo democratico e la socialdemocrazia, queste proposte vengono riposte nell’alveo dell’“estrema sinistra” ed etichettate con questa dicitura.

Tutt’al più, in un paese dove tra i democratici che furono presidenti i più a sinistra furono Kennedy e Carter. Il primo, Kennedy, diede anche fondamento a cosa voleva dire essere democratico anche in campo internazionale, e non va confuso con il pacifismo e il ristagno degli anni di Jimmy Carter, perché Kennedy aveva un progetto di pace mondiale ma anche di espansione della democrazia americana (iniziò la guerra del Vietnam, si pensi poi allo scenario legato alla Baia dei Porci e allo scontro con Cuba). Insomma, possiamo dire che Kennedy, seppur più “sociale” e meno liberal, può essere assimilato ai democratici come Bill e Hillary Clinton od a Obama.

Mentre Carter può essere più assimilato al nuovo sindaco di New York, che è anche pro-palestinese e pacifista. Per decenni le élite democratiche di Washington hanno flirtato con gruppi finanziari, con Hollywood e con le élite intellettuali, dimenticando forse un po’ troppo le masse impoverite.

E, vista in questo modo, lo spostamento a sinistra del Partito Democratico nel 2025, dopo Obama e Biden, è patente. Certo, diverso è gestire una città grandissima e grandiosa, e diverso è gestire 25 stati da Presidente di un Impero geopolitico come sono gli USA. Bisognerà vedere se, quando finirà il mandato Trump, l’esperienza newyorkese potrà essere doppiata ed estesa a tutta l’America.

Per adesso penso che non ci troviamo di fronte a nulla di particolarmente eversivo, ma a dei correttivi sociali che necessitano in una società capitalista avanzata. E possiamo dire che tutti i presidenti, siano essi stati conservatori o democratici sociali, sia negli USA sia nel resto del mondo occidentale e democratico, hanno per forza di cose o per convinzione applicato dei correttivi sociali.

Anche nello stesso monetarismo di Milton Friedman c’è la possibilità dell’“helicopter money” (buttare soldi dall’alto di un elicottero), e lo stesso Reagan, partito con l’intento di tagliare la spesa burocratica e del “grande Stato”, cioè anche della classe politica oltre che la spesa pubblica improduttiva, si trovò, per vincere il confronto Ovest-Est e far cadere il muro che divideva il mondo libero dal comunismo, a triplicare il debito pubblico. Bush figlio, dopo l’attacco dell’11 settembre, fece pressione sulla Federal Reserve per politiche dei tassi e finanziarie più accomodanti, per far riprendere i consumi dopo lo shock terroristico.

Anche oggigiorno Trump ha fatto pressioni su un Jerome Powell, capo della Fed, che dopo le sue rilevazioni economiche ha deciso di non ostruire il governo e abbassare i tassi. Gli analisti economici ci stanno già dicendo che la mossa della banca centrale americana darà respiro all’economia in tempo di shutdown.

Insomma, se prendiamo per assunto che scopo della politica sia la ricerca del bene, questo bene può essere ricercato in diversi modi. Nelle democrazie il bene lo si raggiunge spesso con ricette pragmatiche, a differenza di un bene “ideologico” o “ideo-mentale”, che è quello delle dittature.

Perché allora bollare come estrema sinistra, anche da noi in Italia, misure come il salario minimo? Semmai bisognerebbe valutarne il successo o l’insuccesso a livello tecnico, sul campo. In un libro-intervista ad Edward Luttwak del 1998, intitolato “Dove va l’Italia”, si riportano le parole del presidente del Consiglio di quell’epoca, Massimo D’Alema, preoccupato che nel Meridione, con misure drastiche contro il lavoro nero, scomparisse anche lo stesso lavoro.

Potrebbe essere così anche con il salario minimo? Si possono sperimentare soluzioni similari o alternative sempre nell’alveo del mercato e della democrazia? Questo per dire che ogni epoca porta con sé dei problemi che il politico deve risolvere anche per non diventare impopolare. L’importante è non cadere dalla paura dell’impopolarità al populismo, che può essere quello del dittatore venezuelano Maduro, che a forza di espropriare e redistribuire è rimasto, possiamo ben dirlo, senza carburante.

Quindi ogni epoca mette in atto dei correttivi sociali e delle politiche per ridurre il numero dei bisognosi. L’importante è capire che questi elementi non hanno il copyright per forza della sinistra o delle sinistre, anche se è vero che il capitalismo globalizzato e finanziarizzato può creare enormi diseguaglianze, che anche il conservatore non può far finta di non vedere se ha ancora un cuore pulsante.

Abbiamo avuto politici conservatori o liberali, tra cui Aznar, Berlusconi (il primo ad introdurre la social card in Italia, che fu il precursore del reddito di cittadinanza), fino a Macron o George Walker Bush, che, limitatamente a un programma di riforme liberali e liberiste, programmarono anche interventi sociali. Quegli interventi sociali che le nuove élite capital-nazionaliste o capital-populiste non vogliono più mettere in atto.

Prima di chiudere questo articolo voglio brevemente toccare altri due temi che hanno a che fare con il bene, per un liberale come sono io. Il primo, va detto, è quello di mettere in atto dei correttivi sociali al capitalismo, ma in chiave distributista (sociale, aiuti, reddito di inclusione, ecc.), proiettati verso le masse e non creando una “élite” delle classi povere o medie, che dovrebbe porsi da ostacolo o fare la guerra alle élite in alto.

È molto più concreto collaborare con le élite in alto e mettere in atto delle politiche che distribuiscano il bene in senso materiale e non che creino delle sovrastrutture antagonistiche. Questo ultimo tema toccato, delle sovrastrutture antagonistiche, calza a pennello per distinguere chi è veramente democratico, perché rispetta le élite pur criticandole, e chi invece vuole chiudersi a riccio ed è contro le élite, la globalizzazione, i mercati, e pensa che si possa fare il buono e il cattivo tempo chiudendosi a riccio, in modo autarchico e contro la società aperta. Sono i tanti Putin, Maduro, Hamas, ecc. che imperversano non solo nello scenario internazionale, ma che possono nascondersi nella parte oscura della nostra anima.

Allo stesso tempo è necessario, se si vuole fare il bene, capire che se il bene è un grande utile per chi lo fa e per chi lo riceve, sia nel mercato, sia nella filantropia, sia nel sistema pubblico e gratuito, il bene non è sempre un utile fruibile istantaneamente. Quindi non si può sempre godere del bene in modo diretto e istantaneo.

Perché oltre al bene utilitario o benessere, c’è anche il dovere. Se mi sveglio la mattina e non rimango a letto per tutto il giorno e cerco di fare qualcosa in base alle mie capacità, questo è già scegliere la strada del dovere, e quindi scegliere un bene che mi verrà erogato in una fase successiva, ad un bene istantaneo. È un po’ come nello sport, dove si fa fatica, però alla fine dello sport ci si sente bene grazie alle endorfine che inondano il nostro corpo.

Ecco che una politica seria dovrà cercare il bene anche in senso utilitaristico e materialistico, ma mai pensare che questo bene materiale possa realizzarsi a discapito del bene della persona, dell’ambiente, del quieto vivere, della sicurezza dal degrado. Ecco perché bisogna scoraggiare una visione esacerbatamente utopistica della politica, che pretende tutto il bene al cento per cento e subito, quasi come una droga.

EDOARDO BUSO