A COSA SERVE LA POLITICA?

Lottare e trionfare, alcuni esempi magistrali
La politica come corpo collettivo
Per capire a cosa serve la politica bisogna prima capire che esiste un elemento collettivo o comunitario, ovvero le masse di persone, e andare fuori dall’individualismo.
Questo elemento comunitario o collettivo sarà presente anche in una politica liberale e liberista, in quanto la società dell’animale uomo funziona come quella di altri animali su di un corpo sociale.
Si pensi all’opera La vita delle api o La vita delle termiti di Maurice Maeterlinck, dove il filosofo, teologo e poeta belga del Novecento rifletteva sul fatto che api e termiti costruivano una società rigida e comunista, gerarchica, ma dove le masse delle api operaie avevano un compito preciso. Lo stesso nei bui risvolti della società delle termiti: ognuno aveva una sua funzione.
Ecco, pensiamo allora che l’Italia sia un corpo con una massa composta di miriadi di persone o individui. Poi l’Europa è il corpo che contiene l’Italia, fino all’Occidente che è il corpo che contiene l’Italia e l’Europa insieme ad altri paesi.
Politica e sfide globali
Un buon politico deve per forza pensare a livello mondiale: lo faceva anche l’antico Impero Romano. Nelle sfide mondiali, siano esse economiche o guerre e geopolitiche, l’obiettivo è quello di guidare il mondo per 50 o 100 anni.
È stato così per tutti i sistemi storici: dagli antichi imperi, fino ai fascismi e ai comunismi, ma anche per le democrazie e la democrazia più potente, quella nordamericana. Naturalmente va fatto un distinguo, perché sia la democrazia occidentale contrapposta nel Novecento al comunismo orientale avevano entrambi l’obiettivo di guidare e unire il mondo sulla base di una ideologia.
Purtroppo un’ideologia positiva che va apprezzata nei contenuti teorici, come il marxismo, divenne una feroce dittatura. Ecco che a queste dittature comuniste, una volta sconfitto il fascismo con l’alleanza tra democrazia occidentale capitalista e comunismo, si aprì la “guerra economica” per guidare l’egemonia del mondo tra democrazia e comunismo. Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la caduta di molti regimi comunisti, vinse la democrazia occidentale.
Democrazia e libertà
Va fatto un altro distinguo: per la democrazia occidentale, a differenza di imperi di ogni tipo del passato, oggi la sfida nel prendere le redini del mondo e guidarlo per una “egemonia” globale nei prossimi decenni non è più quella di proibire valori, usi e costumi o gusti.
Poniamo un esempio: se a molti giovani piace la musica trap, non è logicamente accettabile per la democrazia proibire un genere musicale, né nei paesi dove si espande la democrazia (dove un tempo non c’era). La democrazia, per essere tale, non deve proibire usi, costumi e gusti né al suo interno, né dove essa si espande.
Ecco che la democrazia, non potendo proibire gusti, valori, costumi differenti tra loro al suo interno, non può proibire nemmeno quei movimenti idealistici o politici anti-democratici. Ed è per questa ragione che la democrazia, che vuole dominare pacificamente come modello globalistico, deve cercare di assemblare a sé convincendo e non obbligando coloro che si pongono ancora contro di essa.
La politica americana come esempio
Un esempio ci viene dal periodo storico che vide la caduta del comunismo nei primi anni Novanta, quando alla presidenza degli Stati Uniti c’era George Bush padre.
Sia George Bush padre, sia Bill Clinton, sia George Walker Bush (ovvero il figlio di Bush) dismisero la politica di tagli fiscali e tagli allo stato sociale di Ronald Reagan per concentrarsi su una politica, certo liberista, ma con correttivi. Fu importante il tema della scuola e quello della sanità: una prima riforma della sanità, che poi vide la luce con l’Obamacare (precognizzata dal repubblicano mormone Mitt Romney che collaborò con i democratici).
Già dai tempi dei Bush si comprendeva una riduzione dei costi di molti farmaci per le fasce più povere e una prima riforma del sistema scolastico contro la dispersione e l’abbandono. Bush figlio potenziò il cosiddetto No Child Left Behind (“nessun bambino rimanga indietro”).
Allo stesso tempo, dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, George W. Bush cercò di unire la popolazione statunitense e incassò il plauso della Federal Reserve che ridusse i tassi di interesse per favorire i consumi e il rilancio della nazione in tempi di guerra.
Certo, nelle politiche sia dei Clinton sia dei Bush c’erano lati d’ombra. Ma si distinsero, insieme alle politiche di Obama, per avere una forma che potremmo dire a livello intellettuale e politologico come “neoconservative”, ovvero quella dottrina che, nata nel partito democratico con elementi trotzkisti (la creazione di uno stato mondiale e di un nuovo ordine più ampio possibile, elemento rivoluzionario), arrivò fino alla rivisitazione del liberismo, con un forte accento — a differenza del miniarchismo e del liberismo di Reagan — sulla spesa pubblica iniettata in tutti i settori vitali.
Trump e i rischi per la democrazia
Ecco che tornando al tema di inizio articolo, possiamo dire che la democrazia per vincere non può fare quello che fa Trump, che taglia vorticosamente il settore pubblico e la spesa pubblica.
La destra sovranista e libertaria di Trump, anche nelle sue correnti tecno-capitaliste come quella di Musk, non guarda più agli USA come parte di un corpo sociale, cioè l’Occidente, ma crea un mondo di polarizzati ed esaltati. Queste politiche manifestano sovranismo inteso come “primato aggressivo” di una nazione sulle altre, ma allo stesso tempo perdita dell’unità e del senso della patria come corpo comunitario.
Trump, persona vanitosa, non prende seriamente il conflitto nato ingiustamente come la guerra in Ucraina occupata dalla Russia di Putin. Per le sue velleità di ricevere il Nobel per la pace, rischia di svendere l’Occidente ai lupi. Governare come lui può sembrare un gioco d’azzardo, ma prima o poi “rien ne va plus”.
La lezione del Vietnam
La democrazia ha bisogno di pensarsi anche oggi come una serie di corpi umani economici e sociali, di cui il mercato è il sistema di rapporti più funzionale. Non può basarsi né su un risanamento economico fatto solo di tagli sociali (ed ecco una strigliata all’Europa e agli euroburocrati), né su un velleitarismo di sinistra chic che pensa solo a temi identitari.
Deve recuperare una visione estensiva e orizzontale, includendo la maggior parte dei diritti (dai gay al femminismo), ma non in senso conflittuale. Deve proiettarsi in un’ottica di lungo periodo (50 o 100 anni), cioè guidare il mondo.
Trionfare non vuol dire sempre vincere, ma raggiungere il miglior risultato possibile. Nella guerra del Vietnam negli anni Sessanta, gli USA persero soldi e uomini in quel conflitto. Tuttavia, dopo Kennedy, con l’amministrazione Nixon e la scelta di armare i gruppi anticomunisti nazionali senza impantanarsi con l’esercito americano in quelle stesse nazioni, e insieme alla diplomazia economica di apertura dei mercati e delle relazioni di David Rockefeller e di George Bush (che allora era all’ONU e al Council of Foreign Relations), accadde che quei paesi oggi, con tutti i loro limiti, hanno dismesso il comunismo e vivono su un sistema capitalista. Lo stesso Vietnam è oggi molto americanizzato, più di altri paesi dell’area del Sud-est asiatico.
Conclusione
La democrazia occidentale, con l’unità tra Europa e Stati Uniti, ha guidato la globalizzazione e il mondo prima del ritorno dei blocchi che oggi la minacciano. Oggi la non-democrazia è inserita anche nei paesi occidentali, lo si vede in un paese moderno ed efficiente come Israele che si sta tramutando in un mostro guidato da forze nazionalistiche e antidemocratiche.
La democrazia occidentale deve cercare di vincere il più possibile nello scenario dell’Est Europa, arrivare a una pace che non screditi le democrazie unite e l’Occidente, e allo stesso tempo deve vincere nel conflitto in Est Europa come ha ricordato Mario Draghi.
Le stesse cose le diceva già negli anni Ottanta un grande stratega e scacchista perseguitato in Unione Sovietica per le sue idee, come Ludeck Packman.
I tre concetti fondamentali
Se vogliamo vincere e non lasciare la guida del mondo a potenze antidemocratiche, tornano alcuni concetti:
- Lottare il più possibile culturalmente e con le armi per far vincere la democrazia.
- Unire i popoli occidentali dando a ognuno qualcosa, con una politica espansiva a livello economico e sociale.
- Includere le differenze di usi, costumi, opinioni e gusti, con una politica di centro non radicalizzata in temi identitari e non manovrata da forze di estrema destra nazionaliste, sovraniste o sessuofobiche.
In più ci sono i temi dell’accoglienza e dell’ambiente, fondamentali per la salvaguardia dell’esistenza e della sopravvivenza sul pianeta Terra. Solo così, dopo il trionfo, sarà possibile guidare una globalizzazione mondialistica che tenga conto di tutti questi aspetti.
Edoardo Buso